Stessa strada in Torpedone ed Autobus e Bocconcini di fegato al calvados e mela verde

Sabato e domenica sono stata da una coppia di amici, ospite in campagna, in una magnifica casa in  una contrada vicino Corleone: quiete. relax, aria pulita,  tavola generosamente ed allegramente imbandita!  All’andata ho avuto un passaggio in auto, al ritorno ho preso l’autobus di linea. La  Palermo- Corleone- Burgio è stata una delle strade della Sicilia che più ho percorso nella mia vita: sempre portata, mai alla guida. Prima, andavo o con i miei o con il mezzo pubblico e dopo aver preso la patente, non ho avuto più l’occasione di recarmi a Chiusa Sclafani:morti i nonni, venduta la casa e la campagna,quell’isola meravigliosa  della mia infanzia, il paese di origine dei miei, è diventato estraneo e distante. Ma la strada ed i suoi paesaggi mi sono rimasti dentro, eguali, immutabili, e tali lo sono ancora a distanza di anni: non è una zona cementificata, non è cambiato il tracciato, le curve sono sempre le stesse e devo dire anche l’asfalto. I bus di linea sì, sono cambiati ed ho passato tutto il viaggio di ritorno a ricordare il passato ed osservare il presente. Per prima cosa, il mezzo su cui sono salita si chiama ora Bus o Pullman. Negli anni 50-60 si diceva Torpedone ed era sinonimo di mal d’auto. E’ vero che la gente non era ancora abituata al viaggio in auto, però, anche il Torpedone, chiamato anche la Corriera, ci metteva del suo! Perchè il bus, oltre ad essere stracarico, sia di persone, che di pacchi e bagagli, tanto che si riempiva il portapacchi, esterno, posto sul tetto, aveva, secondo me, squilibrate proporzioni,  era  cioè alto e stretto, per cui ad ogni curva si imbarcava, aveva l’andamento ondeggiante di un cammello e produceva l’effetto di rivoltavate lo stomaco dei passeggeri. Che, in verità, vomitavano appena si affrontavano le prime curve . Siccome l’autista non si fermava, neanche se lo minacciavi con un coltello, e siccome non c’erano sacchetti di plastica o buste di carta, insomma gli accessori provvidenziali in questo caso, vi lascio immaginare cosa succedeva all’interno del torpedone e come si arrivava alla sospirata meta. Per evitare lo scombussolamento, alcuni passeggeri, i più evoluti, prendevano la ” pinnola” la famosa xamamina,che provocava sonnolenza e quindi a posto della musica che ora aleggia nei pullman, si sentivano ronfolii e grugniti. Altri mangiavano salato, cioè pane con acciughe o cipolle crude, che spesso raggiungevano un effetto contrario, altri aprivano i finestrini e tenevano la testa fuori, così che l’aria fresca togliesse ” lo sconcerto” ossia la nausea. In conseguenza, il torpedone, al suo interno, ferveva di attività, di grida,  ” Botta di sale, chiudisse che mi sta venenno la purmunia” ( traducibile in ” graziosamente, chiuda il finestrino che mi viene la polmonite”), di implorazioni ” Madonnuzza salvami tu!”, ” bedda madre che iurnata ” e stanche e rassegnate esclamazioni del tipo ” ma mai si arriva! Sugnu tutto squaratu ” che sta per sudato. L’arrivo a Corleone era epico: accanto alla villa comunale, dove si fermava il bus, c’erano venditori di funghi, verdure, formaggio e durante la sosta la gente scendeva e contrattava. Nel frattempo all’autista, che portava un berretto simile a quello di un capitano di marina, venivano affidati la posta, non quella ufficiale, ma quella privata senza francobollo, così si risparmiava, pacchetti, per la consegna in questo o quel paesino dove era prevista una sosta,e soprattutto le ” ambasciate orali in dialetto” da riferire ” papali papali” al parente, all’amico, che si sarebbe dovuto presentare alla fermata. E se l’interessato non si presenteva, l’autsta era autorizzato ad affidare il messaggio a chi tra i presenti era a sua volta in grado di riferire il contenuto al destinatario assente. Io non ho mai capito né come facesse quel poveraccio a ricordare  tutto quello che veniva detto, né come  i destinatari si presentassero per lo più tutti e puntualmente; eppure  era proprio così che accadeva! Forse si davano appuntamenti in anticipo oppure in ogni caso all’arrivo della corriera andava a vedere se c’erano notizie, un po’ come si fa adesso con la mail : si apre e si vede.  Ora, nel bus di linea,  le grida sono state sostituite dalle conversazioni al telefonino, i finestrini sono sigillati, c’è l’aria condizionata e nessuno ” squara” per il caldo, è raro che qualcuno abbia il mal d’auto e i sedili sono occupati per meno della metà. Insomma, siamo cambiati ed il pullman di linea ha superato una fase infantile ed è diventato adulto, civile, silenzioso, più che mai simile a quelli europei che ho preso in questi miei ultimi viaggi tra il Belgio e la Francia. Non è nelle mie corde essere nostalgica e non rimpiango affatto i ” cannistri” chiusi con una mappina che stavano al braccio dei passeggeri e che ora sono sostituiti da zaini e borsoni! E’ ovvio che siamo cambiati, nei modi, nelle abitudini, nei viaggi e le uniche cose che non dovevano cambiare, quel filare di pini marini, improbabile nel centro della Sicilia, quella masseria con la vigna davanti, quella rocca affacciata sul nulla, quelle colline di pura roccia  che spuntano all’improvviso dal terreno e stanno diritte e ferme, immobili come quando chissà  quale sommovimento tettonico ha deciso di spingerle in su come denti di bambino, sono per fortuna ancora lì ad accompagnare questo piccolo viaggio nella memoria: se non le avessi ritrovate mi sarei presa ” una pinna di ficatu”, un dispiacere grosso! A proposito di fegato, finalmente ho trovato quello bio e ho potuto rifare questa ricetta, non molto tradizionale, per la presenza di mele e calvados, ingredienti che la collocano con sicurezza fuori dai confini della Sicilia. Ma io sono per le cucine senza frontiere!

Ingredienti: fegato di vitello g 250- – una mela verde – salvia – mezza cipolla bianca-  burro – sale – pepe- un bicchierino di Calvados o di BrandyIMG_1132

Preparazione: tagliare le fettine di fegato a piccoli pezzi. Togliere il torsolo alla mela e ricavarne sei fettine sottili, riducendo il resto a dadiniIMG_1136.

Saltare velocemente in padella, con abbondante burro le fettine e i dadini di mela, facendoli insaporire per pochi minuti con mezza cipolla tritata;  prelevare il tutto con una schiumarola e tenere da parteIMG_1137.

Nella stessa padella, fare spumeggiare il burro rimasto, rosolare i dadi di fegato per 3-4′ iminuti, insieme ad un trito di salvia; versare in padella il liquore, rimescolare e fare sfumare per uno o due minuti; spegnere e aggiungere i soli dadini di mela, sale e pepe, e coprire in modo che il tutto si insaporisca e riposi qualche minuto. Comporre il piatto, usando le fettine per decorazioneIMG_1140

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