Capodanno vietnamita in pagoda: io c’ero

Ieri era il capodanno vietnamita. E’ la festa del Tet, l’inizio della primavera, con un fitto programma:  prima, la danza dedicata al risveglio della primavera, poi, preghiere, insegnamenti, pranzo di tutti i fedeli, insieme, e infine danza del drago. Leggo l’invito sulla mail list della mia comunità di Brussels e naturalmente ci vado! Entro in pagoda, l’accoglienza è tipicamente orientale: sorrisi, inviti a trovare un posto vicino all’altare dei Budda, saluti continui con le mani giunte, nel segno del loto. Tutti i fedeli vanno dal monaco, prima dell’inizio della celebrazione e ricevono un ramoscello di mandarino, un frutto ed una bustina, che contiene una monetina. Io non mi muovo, non so che fare, ed allora mi viene incontro il Monaco e mi porge i doni, spiegandomi che servono a darmi il benvenuto ed ad augurarmi fortuna per il nuovo anno. IMG_0272

Poi inizia la cerimonia ed io a modo mio partecipo, cullata dai canti e dal suono del tamburo e della campana. Mi lascio andare al senso di gioia e serenità che questa comunità, gentile, partecipe, sorridente, mi trasferisce. E’ la stessa sensazione che ho provato in un tempio indu in India, in una piccola moschea di Instabul, nel santuario di provincia, visitato in Italia, come nella cattedrale di una grande città.

In fondo, è tutto molto semplice, molto zen: quello che voglio, e che gli altri intorno a me vogliono, è  solo serenità, una piccola felicità, qualche aiutino nelle difficoltà: ma il fatto di volere tutti le stesse cose e tutti insieme, sia in una chiesa come in una moschea o in uno zendo, moltiplica la sensazione di pace; la comunità, essere io e gli altri e con gli altri, essere ” Sangha”, ossia tutt’uno con chi ha i miei stessi obbiettivi, genera qualcosa di molto potente, una energia che rivitalizza. La cerimonia finisce ed adesso la pagoda, che era all’inizio così,IMG_0226

è pienissima. Non me ne sono accorta, ma c’è gente ovunque, tanto che non riesco a riprendere lo spettacolo delle danze. Esco dalla sala e cerco di raggiungere lo spogliatoio, dove ho lasciato scarpe e giacca. E’ evidente che, come me, altre 300 persone almeno hanno usato attaccapanni e scarpe e tutti insieme, in un corridoio, lungo 2 metri e largo 80, ci siamo precipitati a fare la stessa cosa. Addio al senso di fraternità e comunità: loro sono orientali e sono abituati a muoversi in spazi ristretti, in mezzo alla folla, ridendo e sorridendo; io cerco di imitarli, ma non vedo nè mocassini, nè altro, sorrido, ma sono quasi disperata, convinta che non troverò niente…insomma , loro, i vietnamiti, vanno a mangiare il pranzo preparato in Pagoda, noi occidentali stiamo nel corridoio aspettando che loro, gli orientali, defluiscano e soprattutto alleggeriscano gli appendiabiti e le scansie per le scarpe. Alla fine, dopo un ‘ora, trovo tutto…sono di nuovo felice, ma non posso descrivere le pietanze che, nel frattempo, sono state servite e di cui ho sentito solo l’odore, delizioso e stuzzicante. E’ tardi, non c’è niente, me ne vado….al ristorante, menu  moule e frites , cozze e patatine,  per festeggiare il capodanno! Auguri a chi mi legge ed a tutte le comunità di pace e di gioia di questo mondo.

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